Gabriele Coen

SEPHIROT. Kabbalah in Music

rassegna stampa klezroym

 

“Il klezmer ha nei Klezroym, primo gruppo italiano del genere, una punta di diamante. Con il loro terzo album, poi, ci troviamo di fronte a un piccolo capolavoro. 15 brani, alcuni originali altri rielaborati, per raccontare la tragedia del ghetto di Lodz, primo ad essere costruito in Polonia nel 1940 e ultimo a essere liquidato nel 1944. Dei circa 270 mila ebrei rinchiusi dai tedeschi, sopravvissero alle violenze e ai campi di concentramento appena 887. In un luogo di cosÏ grandi sofferenze restava solo il canto: Yankele Hershkowitz era proprio uno dei cantanti pi˘ sensibili nella comunit‡. Canti intrisi di dolore, strazio ma anche di malinconia alternati a rari momenti di gioia, vengono riproposti ora dal sestetto con arrangiamenti rigorosi legati alla tradizione ma spruzzati di jazz e intonati dalla voce alta e commossa di Eva Coen.”

“Alias” de “Il Manifesto”

“Lavorando sulle canzoni di Yankele, i Klezroym – primo gruppo italiano di musica klezmer partito dalla riscoperta del patrimonio musicale askenazita e sefardita – hanno inciso il loro capolavoro. Non solo Ë lodevole lo straordinario lavoro di ricerca condotto dall’ensemble di Gabriele Coen, non solo Ë avvincente e toccante la vicenda di Yankele, ma soprattutto Ë attuale, pulsante, coinvolgente, toccante, persino stravolgente il risultato. Pi˘ ricco di un romanzo di mille pagine o di una produzione di Spielberg, Yankele nel Ghetto convoglia rigore della ricerca e nuova sensibilit‡ interpretativa sullo stesso binario. Se non avete familiarit‡ con la musica klezmer, immaginate semplicemente canzoni struggenti, un jazz malinconico, un efficace cabaret mitteleuropeo, un’opera, un album concept o una lunga suite appassionata. Mai come nelle canzoni di Yankele, la voce di Eva Coen era stata cosÏ versatile e comunicativa. E raramente oggi un disco con 15 titoli merita di essere ascoltato tutto.

Giuseppe Videtti – “Musica” di “Repubblica”

“Ispirato ai canti germinati nel ghetto ebraico di Lodz durante gli anni bui del nazismo Ë il notevolissimo Yankele nel Ghetto dei romani Klezroym, superba formazione a cavallo tra musica klezmer e jazz. Da non perdere”.

“Io Donna” del “Corriere della Sera”

Yankele nel Ghetto Ë un progetto estremamente complesso e fuori da schemi e preconcetti di genere. E’ l’elaborazione in forma musicale delle canzoni del ghetto di Lodz, raccolte nel testo della musicologa Gila Flam. A pi˘ di mezzo secolo di distanza i Klezroym hanno ricostruito musicalmente il volto sonoro di quelle canzoni, tingendole di sacro e irripetibile, con il loro modo, sempre pi˘ unico, di suonare raccontando. le canzoni e gli strumentali dell’incisione servono a individuare i contorni e i lineamenti dei tre volti dei protagonisti: il cantore di strada Yankele, la giovane donna Miriam e David, direttore musicale del teatro. E il cerchio si chiude.

Questo non Ë un semplice disco di miscela tradizional-popolare dei Klezroym, ma un progetto che mischia storia, letteratura, tragedia, sentimenti, emozioni…Musica.

Federico Scoppio – “Jam”

“I posted this to the main KlezmerShack page last week, but it’s still an exciting album that people should know about, even after it disappears “below the fold” on the KlezmerShack. Here’s to a first listening (and second and third) to “Sceni,” by Italy’s “Klezroym,” a band about whom I got very excited when their first release came out a few years ago. This second release, based on a quick first hearing, continued that Klezmer/Jewish-music based improvisational framework that caused the first album to stand out. Here, I think that they’ve gotten tighter. They also continue to feature the exquisite voice of Eva Coen. Despite some annoyingly bland English lyrics to something called “Klezmer Song,” the band, and especially her voice take off on the rest of the recording. I draw special attention to a very well-done eastern-sounding “Morenica.” Clearly influenced by the current high standard set by Israel’s “Natural Gathering,” (Ha Breira-Ha’tiv’it), KlezRoym still make it their own.” [GRADE: A]

Ari Davidow – KlezmerShack

“….La dote maggiore di questi ragazzi sta proprio nella organizzazione dei concertati (basati sull’affiatamento del gruppo), negli arrangiamenti e soprattutto nella struggente espressivit‡ dei loro strumenti: contrabbasso elettrico, fiati, batteria, chitarra, buzuki e la voce incantatrice di Eva Coen. Sono brani che rielaborano temi e musicalit‡ ebraiche e zingare, canzoni e danze della ritualit‡ yiddish… Musica colta, di scatenata raffinatezza,ma in grado di costringere gli spettatori a partecipare alla festa. Vien Voglia di ballare, di battere le mani, di cantare…”

Vincenzo Cerami – Musica di Repubblica

 

“Nella difficile e anonima realt‡ culturale del nostro paese il secondo lavoro discografico dei Klezroym arriva come una specie di cometa luminosa. Partendo dai colori sefarditi del brano d’apertura e scorrendo lungo la tradizione dell’Europa dell’Est, il gruppo si cimenta con alcune composizioni proprie che meritano davvero l’applauso per la maturit‡ inventiva e per la sensibilit‡ esecutiva. E di notevole fattura sono anche tutti gli arrangiamenti dei tradizionali ripescati dalla ricchissima letteratura popolare degli ebrei sparsi per il mondo. E hanno fatto davvero bene i sette musicisti a rendere omaggio, in chiave klezmer, alla canzone popolare di Fabrizio De AndrË nella delicata e suggestiva versione de La canzone dell’amore perduto
Un gran bel lavoro, insomma, degno di stare alla pari con le migliori formazioni klezmer internazionali.”

Paolo De Bernardin – “Musica di Repubblica”


“Klezroym’s debut Cd is wonderful, almost psychedelic klez at times. At its best, it reminds me of the Shirim/Naftule’s Dream album, with a near-perfect mix of traditional klezmer and the rest of the musician’s rivers, now fused into something new and expressive of our time”.

Ari Davidow – “Klezmer Shack”

“This is a lesson that I find myself learning over and over again: Never, ever underestimate humanity’s ability to reconfigure venerable art forms into new, often strange objects. Just when I thought I had klezmer pretty much pegged as a musical form, I get this CD in the mail.
KlezRoym is a band out of Italy who combine the fervor and stylings of klezmer with the improvisation of Gypsy jazz and the feel of Mediterranean music. Sure, all klezmer, being the hybrid genre that it is, has a little Gypsy, a little jazz, and maybe a little Mediterranean harmony. But KlezRoym, a seven-person unit
consisting of Gabriele Coen, Andrea Pandolfo, Pasquale Laino, Riccardo Manzi, Marco Camboni, Leonardo Cesari, and Eva Coen, add their own mixture of moxy, imagination, and excellent improvisational skills to the music. The absence of any fiddles or clarinets and the emphasis on saxophones, bouzoukis, and
trumpets give the music of KlezRoym a distinctly forthright, sultry sound.
From the beginning track, “Trokar Kazal, Trokar Mazal (Change Country, Change Fate),” a Latin-flavored song about an Spanish exile pining for his homeland, we know we’re in for a treat. Eva Coen’s singing is simultaneously sensual and mournful, which is echoed in the plaintive saxophones and trumpet of Gabriele Coen, Pasquale Laino, and Andrea Pandolfo. The song meanders into an extended instrumental, the arrangement of which easily recalls some of the 3 Mustaphas 3′s best work.
This is just the beginning — literally. From here, KlezRoym prove how little they can sit still, moving from the ska-flavored klezmer of “To East,” which ends with a wonderfully discordant guitar solo, to the melancholy Italian love song “Canzone Dell’Amour Perduto (Song of Lost Love),” written by Fabrizio De AndrË, then
onto the Jewish-Hungarian hora “Szol A Kakas Mar (And the Cock Crow).”
Interspersed between many of these tracks are snippets of “Radio
Freylach”‘s. A “freylach” (meaning “joy” in Yiddish) is a standard melody form in klezmer, like the czardas in Hungarian music and the jig in the music from the Isles. The half-minute freylachs that KlezRoym uses here to introduce their tracks are all
traditional tunes, which they’ve recorded in mono, giving them an “old-time radio” sound.
Guitarist and bouzouki player, Riccardo Manzi, gets to stretch his vocal chords in “Arum Dem Fayer (Around the Campfire).” Its haunting melody runs counter to the gaiety of the lyrics about the Gypsy life of song and dance. This ends abruptly to the klezmer and jazz hybrid sounds of the title track “Sceni, Sceni.”
Rather than just the almost standard sounds of Gypsy jazz that is often found within klezmer, one can also hear some strains of the cool jazz that was pioneered by Miles Davis back in the late ’50′s.
KlezRoym fills the rest of the CD with just as various a selection of music from the dirge-like “Nostalgia,” which is immediately lightened up by the up-beat jazz improv of “Regalo Di Nozze,” to “Klezmer Song,” KlezRoym’s own celebration of klezmer music, and the foreboding Sephardic folk song, “Morenica.” The CD
“officially” ends with the lullaby “Oyfn Pripetshik (At The Fireplace),” a popular children’s song which prisoners of the death camps of Europe would often sing to each other and thus has become a symbol of the Shoah.
Rather strangely, there are two bonus tracks, old-style house versions of “Morenica” and “Oyfn Pripetshek.” They’re a bit of a shock after the traditional sounds of the previous tracks, but they are a transition back to more modern sounds.
There really is no way any self-respecting klezmer or Gypsy jazz lover would want to miss this CD. Actually, anyone with a passing interest in traditional European music will find plenty to enjoy on this CD.”

Brendan Foreman – Greenmanreview

“La musica dei KlezRoym Ë bella, terrena, vitale a tratti divertente, con notevoli influenze arabe, ritmatissima”

Laura Putti – La Repubblica

“Queste danze dal sapore gitano, inventate da zingari e girovaghi geniali, rivivono senza accusare il peso dei secoli nelle intriganti atmosfere venate di jazz dei KlezRoym”

Giuseppe Videtti – TrovaRoma, La Repubblica

“Nel cuore del precipizio ritmico, entra improvvisa una melodia morbida come una carezza: sono gli influssi sefarditi, della Spagna arabizzata, del Nord Africa. E quando al gruppo si aggiunge anche Massimo Coen, e il suo violino adesso vola come un personaggio di Chagall, diventa esplicito il potere
tremendo di questa musica.”

Sandro Cappelletto – La Stampa

“Richiami islamici, attraversamenti jazzistici, vibrazioni zingare, “zoppi andamenti balcanici, approcci minimalisti: con i KlezRoym la remota, forte matrice ebraica si fa voce e respiro di un mondo che cerca nuove identit‡ e altri smarrimenti”.

Pinotto Fava – RaiTre

“Suono come vocazione antica, sotterranea, sia esso voce umana o strumento musicale, di memoria del cuore. Suono di parole che accarezzano le onde mediterranee con discorsi di madri, di terre, di nascite, morti, silenzi, palpiti di vita. Eterni “

Simona Marchini

“Le prime note dell’esordio discografico di questa formazione klezmer sono cosÏ struggenti, che l’ascoltatore rimane aggrappato ai suoni come a un sogno.”

Giuseppe Videtti – Musica di Repubblica

” l’esordio musical di une delle formazioni pi˘ importanti di klezmer. Sospeso tra struggimento e irrefrenabile felicit‡, il lavora laterna brani strumentali a canzoni con testi in yiddish ed ebraico-spagnolo”

Segno nel mondo

“Un percorso di intensa energia strumentale nel quale si infiammano pagine dalla forte pronuncia comunitaria (Shabat Day), danze di possessione urbana (Doina, Freylekhs), riti solenni (Cerimonia Nuziale) ed efficaci brani originali. Il groove etnico rivela affiatamento, un felice interscambio in cui scacciare demini ritmici e fantasie cromatiche”

L.P. – Mucchio Selvaggio