Gabriele Coen

SEPHIROT. Kabbalah in Music

Gabriele Coen- Atlante Sonoro

GABRIELE COEN “ATLANTE SONORO”

“Il titolo dell’album La Frontiera ne spiega bene il contenuto. Il gruppo di Atlante Sonoro, guidato dal sax soprano e clarinetto di Gabriele Cohen (Pietro Lussu al piano, marco Loddo al contrabbasso, Luca Caponi alla batteria, voce di Raffaella Siniscalchi) evoca climi ispanici con attenzione a temi “tradizional”. Una piccola gemma è la rielaborazione di Oblivion di Piazzolla, con un bel dialogo sax-piano.”

Enzo Siciliano – “Il Venerdi” di Repubblica

“Il Duende è l’essenza del canto flamenco, vale a dire la cicatrice più profonda del dolore nato dal vagare gitano. Garcia Lorca ne è stato il profeta letterario e il solista più alto di una metrica irripetibile. Oggi Gabriele Coen, membro fondatore dei KlezRoym, l’appassionato gruppo klezmer di Roma, ripercorre gli stessi sentieri col progetto Atlante Sonoro, un quartetto di grande rispetto che sa mescolare con bravura e versalità la musica di vari continenti sul filo di vento del clarino e del sax soprano, attraversando tradizione popolare e musica colta, Piazzolla e la musica turca, i colori jazz di Coltrane, le nostalgie dell’anima e, per dirla con Lorca, “odori di saliva e veli di medusa”. Araber Tanz e Gankino Oro, sono l’Alfa e l’Omega di un percorso di fascino e mistero che conduce l’ascoltatore verso isole perdute nella fantasia, che trovano la loro radice comune di terra e di roccia nella profondità oceanica del cuore. Duende è pura esplorazione di paesaggi d’incanto. E’ puro virtuosismo di un Coen solista di caratura internazionale.”

Paolo De Bernardin – RockStar

“Musiche del Mediterraneo, spruzzate di jazz, klezmer, ed echi quasi rock. C’è tutto questo e molto più nell’ Atlante Sonoro del sassofonista Gabriele Coen (il fondatore dei klezRoym). Un album nel quale traditional klezmer e turchi, Astor Piazzolla e composizioni originali si inseguono per compilare una mappa delle musiche che ci circondano. Non c’è ricerca di sintesi impossibili o di commistioni ardite. Semplicemente, Coen sviluppa e affronta u  repertorio di musiche che, al di là dei generi, sente vicine alla propria sensibilità, interpretandole con delicatezza ed evitando il più possibile scivolate di gusto (sempre in agguato in questo genere di operazioni, sopratutto se affrontate imbracciando uno strumento a volte “ruffiano” come il sax soprano). Un disco ben riuscito, non particolarmente originale quando l’umore si fa prettamente jazzistico, ma che invece delinea una precisa identità quando affronta un repertorio geograficamente a noi più vicino.”

JAZZIT

“Un tradizionale quartetto con piano, basso, batteria ed un fiato, piu’ la voce ospite di Raffaella Siniscalchi in due brani, per mettere in scena soprattutto le dote del clarinettista e sassofonista soprano Gabriele Coen, leader del gruppo, autore di parte delle musiche e primattore nelle molte, variopinte tracce di questo album.

Cosi’, se “Duende”, che intitola il lavoro, e’ una composizione dal sapore towneriano – e qui Coen mostra di aver ben studiato la lezione di McCandless al soprano – ben quattro su dieci sono i brani tratti dalla tradizione ebraica – ed in “Papir is Doch Wajss” Coen si lancia in un lungo ed intenso assolo al clarinetto. Ma non mancano neppure pezzi piu’ tradizionalmente jazzistici – “Streaming”, dello stesso Coen – composizioni ispirate al melodismo mediterraneo – “Laris” – e una delle piu’ belle composizioni di Astor Piazzolla – “Oblivion”.

Coen si mostra musicista gia’ completo, duttilissimo ed estremamente agile ed espressivo con i suoi strumenti (oltreche’ dotato di un bel suono). I limiti del disco stanno forse nella partecipazione poco paritetica dei suoi compagni e nella forte tradizionalita’ dell’impostazione generale. Cosi’ che questo lavoro risulta piacevole ed interessante, ma soprattutto come vetrina per l’eccellente e finora poco noto interprete alle ance.”

Neri Pollastri – Allaboutjazz.com

“Accompagnato con discrezione da Pietro Lussu (piano), Marco Loddo (contrabbasso) e Luca Caponi (batteria), Gabriele Coen (clarino e soprano) e il titolare di Duende, realizzato dopo varie collaborazioni accumulate nell’ambito del jazz, della classica e del folk. In due pezzi (Galut di Coen, Oblivion di Astor Piazzolla), interviene la cantante Raffaela Siniscalchi, cresciuta rispetto all’incerta partecipazione con gli Eso di Paolo Damiani (1994). Apprezziamo il fraseggio sinuoso di Coen, a proprio agio sia nelle parentesi sintonizzate con il jazz del passato (Streaming, Mediterraneo), sia nelle aperture balcanico-klezmer di brani quali Gankino d’oro, Araber Tantz, Karsilama. Ma rimaniamo dell’idea che sia in grado di garantire progetti ancora più autorevoli.”

JAZZ MAGAZINE

“Gabriele Coen è un profondo conoscitore della musica Klezmer e Sefardita, musiche popolari ebraiche che raccolgono le sonorità dell’est europeo e della penisola iberica. Atlante Sonoro è un progetto nato con l’intento di condividere le esperienze musicali dei singoli musicisti così da creare quel tipo di sinergia in grado di produrre un qualcosa di nuovo… ed il tentativo sembra essere andato a buon fine.

Il leader firma quattro delle dieci composizioni presenti nell’album, ed in tutte risalta chiara l’attenzione data alla melodia. Il suono dolce e penetrante del sax soprano esplora le sonorità più legate alla musica popolare, etnica, incontrandosi dolcemente col pianoforte decisamente jazz di Lussu, accompagnati e completati egregiamente dalla ritmica di Loddo e Caponi. In Galut, termine che in lingua yiddish significa diaspora, l’altalenante linea melodica del clarinetto e la sospirata voce di Raffaela Siniscalchi sembrano raccontarci le angosce e le speranze di un popolo in perenne partenza. I brani tradizionali scelti e rielaborati da Coen ci prendono per mano e ci accompagnano in un lungo viaggio, tra la tradizione Klezmer di Araber Tantz, la danza turca in Karsilama, i suoni della Bulgaria in Grankino Oro. Improvvisa arriva la parentesi boppistica di Streaming, composizione originale dedicata ai grandi maestri afroamericani. Per rimarcare il legame con gli accenti latini di quest’album, si omaggia il grande fisarmonicista Piazzolla con una interessante versione di Oblivion impreziosita dalla suadente voce di Raffaela Siniscalchi che funge da quinto strumento.

Un album capace di regalare al fruitore diverse emozioni, da ascoltare attentamente per riuscire a cogliere tutte le contaminazioni ed influenze che compongono questo “atlante sonoro “in jazz.”

Fabio Pibiri – Jazzitalia

Danza.

La tentazione della danza, i tempi avvolgenti e i suoni lunghi e penetranti del soprano e del clarinetto, i ritmi ripetuti e le forme precise delle milonghe, delle danze popolari. La ripresa di danze, festanti e malinconiche, il turbinante e veloce finale dei brani, la necessità espressiva delle forme per seguire il ritmo e dare vita al canto dell’assolo: in Duende tutto questo diventa elemento presente e caratterizzante, significante e significato.

Mediterraneo.

Dalle foto della copertina al titolo di una delle composizioni originali di Gabriele Coen, ai suoni che ispirano parte dei brani: il Mediterraneo, crocevia di scambi e scontri, culla di culture e terreno di battaglie, è uno dei protagonisti di Duende. La solarità e la passione, la languida emozione di Araber Tantz, che richiama ritmi e sensazioni di provenienze varie, gli esotismi di Galut. Il Mediteranneo come metafora del terreno di incontro musicale tra il jazz di Streaming e la rilettura di Oblivion, tra le tradizioni popolari e la scrittura melodica e ispirata di Duende.

Poesia.

Duende affida la sua presentazione ai versi di Federico Garcia Lorca… espediente poco frequente ma intelligente e gradito.

Tradizioni popolari.

Parlare di Mediterraneo, porta facilmente a parlare, ad affrontare le anime delle tradizioni popolari che su questo mare si affacciano e che, per mezzo degli scambi sociali e mercantili, si mescolano e si confondono tra di loro, molto più di quanto noi stessi riusciamo ad avvertire, molto più, per fortuna, di quanto vorrebbero i fanatici votati agli estremismi e ai fondamentalismi che, purtroppo, prosperano su tutte le coste del Mare Nostrum… La matematica, l’algebra, le arance, i nomi dei venti, parole che usiamo e cibi che mangiamo con naturale abitudine sono state introdotte dalla contiguità con la cultura araba. Le religioni sono molto più intrecciate nella storia, nella mitologia e negli sviluppi. La musica contenuta in Duende, luogo immaginifico, dove nascono e si vivificano le nuove creazioni, si muove verso la riscoperta delle matrici della musica kletzmer e mediorientale, le danze della musica popolare napoletana, le tante suggestioni delle tradizioni del Mediteranno, riscoperta che avviene attraverso il filtro di influenze moderne, occidentali, di ritmi e scansioni che inseriscono lo swing, la composizione del gruppo e l’abitudine a suonare jazz dei musicisti.

Esecuzione e interpretazione. Tutto viene applicato e svolto in un ottica che richiama il jazz e la sua abitudine, come detto. Il jazz può diventare contenitore di idee e intuizioni che hanno un punto di partenza ed espressioni totalmente differenti, può fornire un’ottica di interpretazione per musiche di stampo diversissimo. Questa interpretazione dell’uso del jazz è alla base dell’Atlante Sonoro di Gabriele Coen: il brano tradizionale, Papir is Doch Wajss, interpretato come una ballad suadente, o, Araber Tantz, inserendo elementi di altra provenienza, il ritmo latino del tango morbido; il suono, le possibilità espressive della tradizione che vanno a segnare l’esecuzione di brani originali come Galut e Mediteranneo; l’incontro di tradizioni diverse per mezzo della pratica del jazz, Oblivion, il brano più canonicamente jazz, Streaming. Nel corso di Duende aleggia e si insinua l’attitudine e la pratica del jazz, l’abitudine a temi e tempi nel modo di suonare e di esprimersi; atteggiamento che diventa ragion d’essere del lavoro e che rimane avvertibile ma non pesante, un richiamo costante che resta, però, al di sotto della superficie del suono, che dirige la confluenza dei diversi linguaggi musicali nell composizione e nell’interpretazione.

Trasporto.

L’atmosfera, festosa e animata, partecipe anche nelle tracce più malinconiche, porta i musicisti ad esprimersi con trasposto e slancio. Gli assolo spinti, quasi urlati, di Karsiliama, il languore di Oblivion e Galut, enfatizzato dall’intervento di Raffaella Siniscalchi, la liricità di Duende, dell’assolo di Pietro Lussu, dell’accompagnamento di Marco Loddo e Luca Caponi. Elementi di un lavoro che muove le sue tracce sul coinvolgimento di stati d’animo e sull’incontro di tradizioni.”

Fabio Ciminiera – JAZZCONVENTION

“…non può mancare la segnalazione per la raggiunta maturità interpretativa di Gabriele Coen, sopranista e clarinettista, che con il quartetto di Duende, ricordandosi a tratti del suo passato da leader dei klezroym, fa confluire le musiche degli esordi con una polifonia di stili che pesca tanto nel variopinto mondo della world music all’europea quanto nella storia moderna del jazz, peraltro senza spingersi oltre Coltrane (fase mistica esclusa).”

Piercarlo Poggio – BLOWUP

“Musiche ebraiche e balcaniche, jazz europeo, tanghi e sapori world impregnano il dolce e fluido Duende ( CNI/ La Frontiera). In evidenza nel quartetto, il pianista Pietro Lussu e lo splendido sax coltraniano di Gabriele Coen.”

Roberto Casalini – Io Donna (Corriere della Sera)

” Da un decennio, il 34enne musicista romano, fedele al suo sax soprano e al clarino, ha compiuto un viaggio nella musica etnica, alla ricerca di contaminazioni che partendo dalle sonorità ebraiche ashkenazite, klezmer e sefardite, lo hanno fatto approdare al jazz, e ad una fusione di straordinaria intensità e riuscita. Coen è anche autore, con Isotta Toso, dell’unico testo “Klezmer!” (Castelvecchi editore), di musica popolare ebraica dallo shtetl a John Zorn

E in Duende, titolo tratto da Garcia Lorca, concetto filosofico che identifica lo spirito che s’impossessa dell’artista nel momento della creazione, Il primo brano pare confermare l’ interesse di Coen per il dialogo tra culture diverse; Araber Tantz, è infatti un pezzo tradizionale klezmer che si rifà già ne l titolo oltre che nelle sonorità al profondo legame tra la cultura araba e quelle ebraica.

Ma i due filoni sono sempre presenti sino a fondersi nel jazz di John Coltrane, ed influenze turco-balcaniche, afro-americane, con irruzioni di tango, (Oblivion), e di autori come Piazzolla..

Lasciamoci cullare allora dalle note di Atlante Sonoro, un jazz mediterraneo in dieci esecuzioni, figlio della luce, della terra, dell’uomo che sente, soffre e vive.”

Daniel Della Seta – Shalom

“Ci vuole del coraggio per dare ad un disco il nome di un’opera di Garcìa Lorca ma bisogna dar atto a Coen d’aver centrato il bersaglio. Questo album parte da una teoria solida e strasperimentata, il quartetto jazz. Per capirci quello che serve, quello che basta per creare emozioni: il tempo delle percussioni, il sentimento delle ance, il cuore del contrabbasso e l’armonia del piano a tenere il tutto insieme. D’altra parte il jazz è spesso partito da questi quattro modi di intendere la musica, iniziando dal chiudere gli occhi e spingere sui tasti, premere le corde o impugnare bacchette lasciando che l’anima esca e comandi, da sola, quello che deve dire.

Questo album è jazz puro, moderno mitigato da sonorità mediterranee, colori intensi e sonorità vive ma rimane jazz, e del migliore per giunta. L’influenza del pomeriggi caldi e delle sere nitide sulle spiagge del Marocco piuttosto che sulle rocce della Turchia si sente ed è forte ma è giusto così perché, in questo modo, dona a tutto l’album una coscienza radicata ma eletta, semplice, sensale e copiosa di identità.

In fondo Gabriele Coen è una jazzista europeo, anzi mediterraneo e, senza indugi, si presenta come tale. Un uomo che suona il jazz che non lo fa nel chiuso di qualche fumoso studio newyorkese ma lo fa nella calde terre di Mediterraneo, mentre tira vento da sud, il cielo non è azzurro ma blu e le donne hanno la pelle scura, la labbra grandi e il collo sudato che esce dai seni.

Forse il paragone è ardito ma questo disco ritrova nel mediterraneo quello che il Brasile ha trovato nella bossanova, questo Atlante Sonoro non ha e non deve fermarsi dallo scomodare Piazzola riproponendo una stupenda Oblivius o la tradizione turca e klezmer con Araber Tantz, Karsilama e Gankino Oro. Il jazz vecchia maniera e quello nuovo di Duende dove Lusso mostra un tocco principesco e una notevole capacità nell’accompagnare la sax soprano di Coen per scale tenui e delicate senza mai strafare.

Un gran bell’album per i cultori di jazz, dell’espressione più esasperata della musica, quella che oltrepassa ogni limite pre imposto e viaggia verso la meta oscura dell’espressione.”

Roberto Bragalone – DNAMUSIC

“Quando per la prima volta ho ascoltato “Duende”, album nato dal progetto “Atlante Sonoro” del clarinettista jazz Gabriele Coen, ho capito di avere tra le mani un lavoro artistico di una classe ed uno stile indubbiamente superiore alla norma.

Gabriele Coen, già fondatore dei Klezroym, utilizzando il tipico quartetto jazz contemporaneo (clarinetto – piano – contrabasso – batteria) è riuscito nell’impresa di portare alla luce un grande progetto musicale cosmopolita: l’album Duende ci fa vivere una lunga emozione attraverso un percorso jazzistico modellato di rimembranze sonore appartenenti a tante culture tradizionali del mondo.

L’album si compone di dieci brani (quattro composti dallo stesso Coen) sapientemente miscelati tra loro.

Musica balcanica, turca, ma anche afroamericana e mediterranea sono gli ingredienti fondamentali da cui l’opera si propaga in raffinate atmosfere jazz, smooth jazz ed easy fusion.

Ottimo il lavoro dei musicisti: Pietro Lussu al piano, Marco Loddo al contrabbasso, Luca Caponi alla batteria e Raffaela Siniscalchi alla voce aiutano Coen a perfezionare al meglio il suono dell’album.

Un disco da applausi.”

EXTRAMUSIC

“Un’aria mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, alla ricerca di nuovi paesaggi e accenti ignorati; un’aria con odor di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create”: queste parole di Federico Garcia Lorca sono la chiave migliore per entrare nell’esordio del progetto Atlante Sonoro, a cui fa capo il clarinettista Gabriele Coen.

Dovrebbero bastare queste poche righe, inserite nel booklet del cd, per intuire l’intenzione e la portata del lavoro: di sicuro rendono maggior giustizia dei soliti impacciati tentativi condotti attraverso improbabili generi e definizioni.

Meglio quindi tracciare un percorso aperto per intuire le rotte incrociate del viaggio: già fondatore dell’ensemble KlezRoym, Coen attinge la sua musica dal bacino del Mediterraneo, ma lo fa andando a pescare in quei punti in cui le correnti si accavallano e le coordinate sono sottoposte a continue oscillazioni.

“Duende” è un album di musica essenzialmente strumentale, tanto ideale quanto reale, per come rappresenta il fluire dell’essere mediterraneo: non si pensi ad un disco di contaminazioni sovrapposte come sono intese in ambito rock, ma nemmeno ci si lasci influenzare dall’impostazione jazz della formazione che vede Coen al sax soprano e al clarinetto, Pietro Lussu al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso e Luca Caponi alla batteria e percussioni.

Andando per stili, si rischia di rimanere ancorati alla gretta corporeità di quelle “teste dei morti” che diceva Lorca, si rischia di smarrire l’integrità del paesaggio che queste composizioni sorvolano e suggeriscono: “duende” è una stimmung dell’anima, un fluire interiore, che può meglio percepire chi vive vicino al mare o chi è solito concedersi tempo per scandagliare con la nostalgia le proprie percezioni interiori.

“Nuovi paesaggi e accenti ignorati”, di cui siamo portatori, troppo spesso incoscienti. Da questi luoghi e dal loro fondale sgorgano correnti arabe e tradizionali Klezmer, acque calde che hanno bagnato i Balcani e l’Africa settentrionale, spinte irrequiete dagli Stati Uniti e dall’Argentina, giunte attraverso lo stretto di Gibilterra.

La sensibilità e la comunione dei musicisti permette al disco di suonare omogeneo, di scorrere limpido dagli echi ansiosi di Coltrane alla passionalità di Piazzola. Gli strumenti si librano come uno sguardo immaginario sulla distesa delle acque, su terre arse dal sole e sui tetti piatti delle regioni meridionali: splendida la voce di Raffaella Siniscalchi che coi suoi interventi materializza la nostalgia incolmabile di distanze e migrazioni perpetue, ancora oggi aperte come ferite.

“Duende” può apparire tedioso solo a chi non sa cogliere la differenza sostanziale che rende ogni onda unica nel suo approdare a riva: questo è un disco che coglie l’essere corpo e suggestione di quello che è il nostro bacino. Da lì fluisce e fa fluire, bagna ed è bagnato, dai piedi fino alle zone più intime dell’animo.”

Christian Verzeletti – Mescalina.it

“Everybody’s got ‘duende’ these days, it seems. This Italian jazz quartet has it in abundance, although it ranges form the expected latin sounds into Turkey, Arabia and the Balkans with easy aplomb. Says Coen, ‘I try to listen to the music of every country….Africa, India, the arab world, the european classic music….I love traditional music,popular music, and try to discover what other countries musically say…all music genres are linked in their intime essence.”

CD Roots

“La purezza e la libertà del jazz si esprimono con le voci e i colori del Mediterraneo.

Se si provano a chiudere gli occhi si vede il mare, un paesaggio. Il singolo brano è un’indicazione geografica e una volta riconosciuta la tradizione si viaggia dalla Spagna al Medio Oriente: storie, musica del tempo vanno e vengono mentre le zingare dell’Andalusia danzano nella mente.

Tutto questo è possibile ascoltando l’ultimo disco di Gabriele Coen: un viaggio che scorre fluido come l’acqua con il clarinetto che disegna le tracce di un percorso che non teme i confini e procede veloce a raccogliere i suoni in ogni luogo dell’ Europa fino alle porte dell’Asia.

Africa, India, il mondo arabo, la musica classica europea si fondono intimamente. Per un attimo culture distanti sono così vicine da superare ogni conflitto politico e un canto a più voci si genera dal clarinetto e dalla voce ardente di Raffaela Siniscalchi.

Gabiele Coen, pur essendo di origine ebraica, si è avvicinato a questa cultura negli anni di università poiché ha approfondito il rapporto tra le tre grandi religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam) laureandosi in storia. Un vero “cittadino del mondo”. La sua musica sintonizzata su tre acustiche è una sola vibrazione sonora, come se fosse un’anima a tre facce: ebraica, araba e quella spagnola.

Duende è il “tirare le somme” di un percorso artistico che dura da anni.

Il disco è ammaliante, tutto è giocato intorno al suono e alla storia del classico quartetto jazz che tende ad esplorare linguaggi inediti.

Immaginate un quadro con una bella cornice: la tela e i colori rappresentano le sonorità jazz, la cornice è il valore aggiunto che smentisce ogni aspettativa accademica tradizionale. Si tratta di un lavoro diviso in tre parti: apertura, corpo e chiusura. I pezzi che aprono e chiudono hanno in comune il fatto di essere gli esempi espliciti della commistione. Timbriche appuntite del sorprendente clarinetto di Coen si fanno largo nelle riletture di Araber Tantz, Karsilama e Gankino Oro (rispettivamente, un tradizionale klezmer e un tradizionale turco). Duende ma soprattutto Laris dialogano eleganti attraverso le formule più estreme del jazz contemporaneo ma solo Streaming rievoca l’eleganza (grazie anche al contributo poliritmico di Luca Capponi e Pietro Lossu) del free jazz stile Coltrane.

Oblivion è omaggio a Piazzolla, sorprende già dal primo ascolto. Ogni traccia racchiude dei misteri (un po’ come le scatole cinesi).

Se si cerca “il fondo” si scopre che ad un certo punto il contrabbasso in Galut rievoca inaspettati fraseggi rock.

Nelle ultime note si intravedono le cupole delle tipiche case turche, il sole che al tramonto colora di rosso e giallo ocra le strade, le vie strette delle città del Mediterraneo.”

Antonella La Carpia – Musicboom

“Il percorso di dieci tracce che l’ascoltatore attarversa è un itinerario suggestivo tra diversi modelli musicali, che vanno da riletture di brani tradizionali di origine araba, klezmer e turca, a composizioni di Piazzolla e ad altre originali dello stesso Coen e di Silvia Manco. Il disco presenta una modalità pregevole d far dialogare tra loro culture diverse, mantenendo in ogni brano un livello di raffinatezza e di gusto davvero notevoli.

Il sax di Coen e il pianoforte di Lussu si cercano e si inseguono senza tregua, costituendo una deliziosa rete di suoni retti in maniera magistrale dalla sezione ritmica. Emerge anche una grande capacità di far dialogare il nuovo con il classico, la ricerca con la gradevolezza, la base jazz con linguaggi e logiche ritmiche e timbriche diverse.

Uno spessore musicale difficilmente rintracciabile in altri progetti simili”

Gianluca Barbieri – La Cronaca di Cremona

“Fondatore del gruppo klezmer KlezRoym, il clarinettista e sassofonista Gabriele Coen si presenta alla ribalta con Duende, emozionante manifesto programmatico dell’ensemble Atlante Sonoro che traccia la mappa originale ed essenziale di un panorama in cui si incontrano, si contaminano e danno vita a nuovi percorsi sonori jazz e musica afroamericana, la tradizione klezmer e quella mediorientale, il tango argentino e il folk turco e balcanico. Un disco fatto di brani originali e di riletture audaci (Oblivion di Piazzolla).”

Daniela Zacconi – Film TV